Un messaggio su WhatsApp arriva in uno spazio che le persone usano per parlare con qualcuno, non per sfogliare una vetrina pubblicitaria. È proprio questa vicinanza a renderlo interessante per il marketing e delicato da progettare. Il numero di telefono può appartenere a un cliente, a una persona che ha chiesto un preventivo o a qualcuno che ha lasciato un contatto per ricevere assistenza. Non dice, da solo, che quella persona voglia ricevere promozioni.
La mia tesi è semplice: nella messaggistica commerciale il consenso non è un campo da riempire per attivare un’automazione. È l’inizio di una promessa concreta: cosa invierò, attraverso quale canale, con quale frequenza orientativa e come potrò interrompere il rapporto. Se la promessa è chiara, il canale può diventare utile. Se è ambigua, ogni nuovo messaggio consuma fiducia.
Un numero non è un permesso
Il primo errore nasce quando un team raccoglie un numero di telefono e lo trasferisce direttamente nella lista marketing. Il Garante privacy ricomprende tra le comunicazioni promozionali automatizzate anche SMS, MMS, email e modalità assimilate. Nelle sue linee guida ricorda che il previo consenso è la regola per questi strumenti e che la provenienza pubblica di un recapito non lo trasforma in un invito commerciale.
Lo stesso ragionamento vale per WhatsApp e per le applicazioni simili: il fatto che un contatto sia visibile, che abbia scritto all’azienda o che sia già presente nel CRM non basta a dedurre una volontà di ricevere offerte. Un messaggio di risposta a una richiesta può essere necessario per gestire quella richiesta; una promozione successiva è un’altra finalità e va valutata come tale.
Servizio e marketing devono restare distinguibili
Una conversazione può cambiare natura senza che il numero cambi. Confermare un appuntamento, comunicare un problema di consegna o rispondere a una domanda sono attività di servizio. Proporre un prodotto diverso, annunciare uno sconto o invitare a una nuova campagna sono comunicazioni commerciali. A volte il confine è sottile, ma non dovrebbe essere lasciato all’improvvisazione del flusso automatico.
Un caso recente chiarisce bene il rischio. Nella sintesi pubblicata dall’EDPB sulla sanzione a Verisure Italia, il Garante ha contestato, tra gli altri aspetti, l’accorpamento del consenso marketing alla richiesta di un preventivo. Fornire un numero per ottenere un’offerta personalizzata non è stato considerato equivalente al consenso a ricevere telefonate, email e SMS pubblicitari. La sanzione indicata dall’EDPB è di 400.000 euro, insieme a divieto di ulteriore trattamento dei dati raccolti illecitamente e ordine di cancellazione.
La lezione operativa non è “non ricontattare mai”. È separare il percorso. Prima gestisco il preventivo con i dati necessari e con un’informativa adeguata; poi propongo, se pertinente, un’adesione distinta alle comunicazioni commerciali. La persona deve poter chiedere un servizio senza pagarlo con l’iscrizione a una lista.
L’opt-in descrive una relazione
Una casella con la frase “accetto il marketing” dice troppo poco. Prima dell’adesione voglio rendere comprensibili almeno quattro elementi: il titolare che invierà i messaggi, la finalità promozionale, il canale utilizzato e il modo semplice per opporsi o ritirare la scelta. Se esistono più brand, partner o finalità di profilazione, li tratto separatamente invece di nasconderli in una formula unica.
Il Garante richiama anche i requisiti di libertà, informazione e specificità del consenso, escludendo caselle pre-selezionate e condizionamenti indebiti. In pratica, il modulo dovrebbe spiegare che cosa arriverà e lasciare una scelta reale. Una formula possibile è: “Desidero ricevere su WhatsApp aggiornamenti e offerte sui servizi di [azienda]. Posso interrompere i messaggi in qualsiasi momento”. Non è una formula universale né sostituisce l’informativa, ma rende visibile la differenza tra richiesta di servizio e iscrizione marketing.
Il canale deve essere parte della scelta
Se raccolgo un consenso per email e poi uso WhatsApp, cambio il contesto della relazione. Registro quindi canale, fonte e versione dell’informativa, non soltanto un valore “marketing = sì”.
La disiscrizione deve essere una sola azione
Un messaggio commerciale credibile contiene un’uscita evidente: una risposta come “STOP”, un comando in chat o un link. La persona non deve spiegarsi a un operatore né cercare un modulo nascosto. Lo stop deve raggiungere subito tutti i flussi che potrebbero riattivare il contatto.
L’aggiornamento dell’EDPB sui diritti di opposizione e cancellazione, pubblicato il 25 giugno 2026, mette in evidenza proprio i processi interni con cui le autorità analizzano queste richieste. Non basta dichiarare che l’utente può opporsi: servono tempi, responsabilità, registri e controlli capaci di evitare nuovi invii dopo l’opposizione.
Il riferimento europeo resta l’articolo 13 della direttiva ePrivacy, che disciplina le comunicazioni non richieste di marketing diretto e prevede, con le eccezioni e le modalità recepite dal diritto nazionale, il consenso preventivo per email, SMS e applicazioni simili. In Italia va letto insieme al Codice privacy e alle indicazioni del Garante: una campagna non diventa legittima perché il gestionale possiede il pulsante “opt-out”.
La frequenza è parte della promessa
Il consenso autorizza una finalità, non una quantità illimitata di messaggi. Anche quando il contatto ha scelto il canale, devo decidere una frequenza ragionevole, evitare sovrapposizioni tra automazioni e spiegare che cosa può far partire una comunicazione. Un’offerta ogni tanto è diversa da un flusso quotidiano; una notifica attesa è diversa da una sequenza di solleciti.
Per lavorare bene uso preferenze e regole di esclusione: interessi dichiarati, lingua, cliente attivo o potenziale, ultimo contatto, campagna già ricevuta e richiesta di stop. Non significa profilare tutto. Significa ridurre l’invio di messaggi irrilevanti e conservare solo le informazioni necessarie a rispettare la scelta. Un buon segmento non è quello più dettagliato, ma quello che consente di mantenere la promessa senza sorprese.
Il CRM deve conservare la prova del percorso
Ogni contatto marketing dovrebbe essere ricostruibile: quando e dove è stato raccolto, quale testo è stato mostrato, per quale canale è stata espressa la scelta, chi invia i messaggi e quando è arrivata un’eventuale opposizione. Se uso una piattaforma esterna o una lista acquisita da un fornitore, chiedo la documentazione della fonte e dei permessi invece di affidarmi a una dichiarazione generica di conformità.
In un provvedimento del 14 maggio 2026, il Garante ha sottolineato che le garanzie contrattuali di una piattaforma o di un fornitore non eliminano il dovere del titolare di controllare origine, riutilizzabilità e liceità dei contatti. Ha anche ribadito che l’assenza di consenso non viene sanata dal fatto che i dati siano presenti su siti, piattaforme o registri accessibili. Per il marketing questo significa governare la filiera, non solo premere “invio”.
Misuro la qualità della conversazione
Il numero di messaggi spediti è una metrica povera. Guardo almeno la percentuale di consegna, le risposte pertinenti, le richieste di stop, i blocchi o le segnalazioni, il tempo necessario a rispondere e la qualità delle opportunità generate. Se una campagna porta molti clic ma aumenta le opposizioni o apre conversazioni che il team non riesce a gestire, non la considero un successo.
La mia checklist prima di attivare una campagna
Prima di avviare un flusso su WhatsApp, SMS o un’applicazione analoga verifico:
- la finalità di servizio è separata dalla finalità promozionale;
- il canale è indicato chiaramente nella scelta dell’utente;
- la fonte del contatto e la versione dell’informativa sono documentate;
- il primo messaggio identifica chi scrive e propone un’uscita semplice;
- lo stop aggiorna tutti i flussi, i segmenti e gli eventuali fornitori;
- frequenza, contenuto e tempi di risposta sono sostenibili dal team;
- le metriche includono qualità delle risposte, opposizioni e segnalazioni.
Se una di queste risposte manca, non attivo comunque il flusso “per testarlo”. Prima chiarisco la promessa e il percorso. Un test che parte da un consenso ambiguo produce dati difficili da interpretare e può lasciare un costo reale alle persone raggiunte.
Il prossimo messaggio deve essere meritato
La messaggistica commerciale funziona quando conserva qualcosa della buona conversazione: contesto, misura, identità e possibilità di chiudere senza attrito. Deve offrire un’informazione scelta e facilmente interrompibile.
Quando rivedo un flusso, parto dal momento in cui il contatto ha lasciato il numero e seguo ogni passaggio fino all’ultimo messaggio: che cosa gli avevamo promesso, che cosa abbiamo inviato, come ha potuto cambiare idea e cosa abbiamo fatto dopo lo stop. Se vuoi fare questo controllo sulla tua messaggistica commerciale, contattami: partirei dalla separazione tra servizio, marketing e responsabilità operativa.
Nota di trasparenza: questo articolo è stato elaborato con l'aiuto dell'intelligenza artificiale e con supervisione e responsabilità editoriale umana.

